Torino: trapianto di polmone senza trasfusione di sangue


E’ stato eseguito all’Ospedale Le Molinette di Torino dal primario di Cardiochirurgia, Mario Rinaldi, il primo trapianto di polmone senza trasfusione di sangue, il primo in Italia, uno dei pochi al mondo. Il credo della paziente, una testimone di Geova, ha caratterizzato il suo intervento ed il risultato è il primo intervento senza trasfusione di sangue in Italia. La donna, una 60enne originaria di Crotone ma di residenza Torinese, è stata dimessa in questi giorni e risulta in un buono stato di salute. La donatrice, invece, è una ragazza di 29 anni, morta per la rottura di un aneurisma cerebrale.

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La donna sottoposta al trapianto ha ricevuto il polmone destro perché affetta da fibrosi idiopatica, una malattia dalle cause tutt’oggi sconosciute che, però, come causa, porta all’indurimento del polmone; a causa di questa seria patologia, il sistema immunitario intacca la superficie respiratoria, non più riconosciuta come tessuto sano, distruggendola. La donna affetta dalla fibrosi idiopatica soffriva da due anni di insufficienza respiratoria e, perciò, si sottoponeva, con una certa costanza, all’ossigenoterapia. Poi, la scorsa estate fu inserita nella lista d’attesa per il trapianto e, considerando che la mortalità per la fibrosi idiopatica  dopo 4 anni è del 50-60%, i medici temevano che non avrebbe avuto più di un anno di vita senza il trapianto.

Il cardiochirurgo Mario Rinaldi ha operato cercando di prevenire la più piccola perdita di sangue e, grazie alla bravura e alla professionalità degli anestesisti che lo hanno affiancato, è stato possibile evitare cali di pressione improvvisi, di fronte ai quali la trasfusione rappresenta l’unica soluzione per scampare alla morte.

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«Prima dell’intervento – riferisce Sergio Baldi, direttore del reparto di Pneumologia delle Molinette – abbiamo fatto una riunione con la paziente, i parenti e i rappresentanti legali della comunità dei testimoni di Geova con l’obiettivo di convincere la malata ad accettare la trasfusione in caso di necessità. Lei è stata molto ferma nel rifiutarla, ma alla fine ha detto “se lo fate, fatelo senza che io lo sappia”. L’accordo era però che una volta ripresa conoscenza lei non avrebbe più assolutamente accettato trasfusioni. Ed è stato proprio questo secondo punto – aggiunge il professore – a crearci ulteriori problemi. Dopo l’intervento la paziente si è anemizzata gravemente. Circa un paio di settimane più tardi, ormai era fuori dalla rianimazione, le mancate trasfusioni e i farmaci immunosoppressori l’hanno portata a ritrovarsi con la metà dei globuli rossi normalmente presenti nell’organismo umano. Il pericolo era elevatissimo. L’abbiamo affrontato con una terapia basata sui fattori di crescita dei globuli rossi, che stimolano il midollo a produrli. La terapia ha avuto successo e la paziente, dimessa da poco, è ora in buone condizioni di salute».

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